Se questa è una donna

L’idea del video è nata da uno studio sulle forme di impiego del corpo femminile nella pubblicità a mezzo stampa e sui dispositivi che hanno l’effetto di “de-umanizzare” le donne, privandole dell’identità, della soggettività e ancor più a monte dello stesso status di persona. Questo effetto si produce attraverso immagini in cui il volto è tagliato o coperto o la donna ripresa di spalle; attraverso immagini in cui la donna è a diverso titolo “animalizzata”, o il suo corpo dormiente, inanimato, atteggiato in pose innaturali, da manichino; senza considerare l’impiego di manichini veri e propri. In tutti i casi, in pubblicità come nei media di mainstream in genere, le donne contano per il loro corpo, e poche sono coloro che ottengono visibilità grazie a qualità e in ruoli diversi da quelli del feticcio sessuale. Viceversa, abbiamo una schiera di “corpi senza donne”.

Il corpo viene de-umanizzato anche attraverso altri dispositivi, che in qualche modo richiamano la perdita della specificità materica dell’umano. Non serve più indignarsi perché la donna in pubblicità è solo “carne”: questi corpi e le loro parti cessano di essere anche quello, per divenire ornamenti, accessori, gadget e persino oggetti di uso quotidiano (dall’apriscatole allo schiaccianoci) o piuttosto piedistalli, cornici, supporti per i beni di consumo o per l’atto stesso del consumo (non solo sessuale: sui corpi delle donne si gioca a Sudoku, si fanno le parole crociate, si cena, ecc.).

Plastificato, smembrato, oggettualizzato nel senso letterale del termine, e in tutti i casi offerto alla contemplazione erotica o al loisir del consumatore/utente maschio, questo corpo cessa di essere corpo “senziente” e diviene appunto mero “involucro”, sacco inanimato su cui – questo lo snodo concettuale successivo- è possibile agire una manipolazione, esercitare un’azione senza trovare resistenza. Come accade con gli oggetti, insomma.

Quindi, da qui alle immagini che alludono o ritraggono esplicitamente atti di violenza fisica e sessuale contro le donne, il passaggio è breve, e per questo – speriamo – si avverte un senso di fluidità nelle sezioni del video: corpi a pezzi, in tutti i sensi.

La successiva sezione del video esprime la nostra analisi politica sull’utilizzo del corpo femminile come dispositivo di controllo sociale e, di conseguenza la nostra idea su quale sia la strada che può produrre il cambiamento: la violenza che il mercato pubblicitario e delle commodities esercita sulle donne non è diversa da altri tipi di violenza, intesa come normazione, disciplina, del corpo femminile, della sua sessualità e attività riproduttiva: mercato, Chiesa, Stato sono tutti poteri che legiferano o dettano comunque legge sul/intorno al corpo femminile, raramente in sua tutela.

Nella seconda parte abbiamo dunque voluto ribadire l’importanza della soggettivazione politica collettiva e della ripresa di un’azione comune, non solo sulle questioni che ci riguardano più da vicino, ma anche rispetto ai diversi conflitti e interessi della vita pubblica (e privata) che ci interpellano come cittadine. Crediamo che il piano simbolico rivesta un ruolo cruciale in questo processo, e che la possibilità di riappropriarci della sfera pubblica passi anche attraverso la costituzione di un nuovo linguaggio e immaginario. E’ per questo che alla solitudine dei finti corpi femminili proposti dallo “spettacolo” pubblicitario abbiamo deciso di opporre la rappresentazione di una moltitudine, quella delle donne in carne e ossa, ancora capaci di stare e fare insieme.

 

Elisa Giomi e Daniela Pitti

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